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SIX WAYS HOME - La Stada Verso casa

Scritto da Wilier | 1 set 2026, 08:40:16

Quanti modi conosciamo per comunicare con chi amiamo?

Le parole sono solo uno di questi, e spesso non il più efficace. Ci sono famiglie che si parlano a parole e famiglie che si parlano a distanza — con gesti ripetuti, silenzi che solo chi li condivide sa interpretare, un linguaggio che passa da una generazione all’altra senza essere insegnato davvero. Si impara guardando, restando accanto, riconoscendo negli altri qualcosa che un giorno potrebbe appartenerci.

 

Nella famiglia di Phil e Jay, quella lingua è il ciclismo.

Per anni, tra loro, le parole sono rimaste sospese, sono arrivate tardi o non sono arrivate affatto. Quello che invece è sempre arrivato in tempo è stato il fiato corto in salita, il rumore della catena, il silenzio di due persone che pedalano fianco a fianco. Sopra una bicicletta non era necessario spiegarsi. Bastava il ritmo, una ruota da seguire, la distanza lasciata tra l’uno e l’altro.

Il ciclismo, per loro, non è mai stato soltanto uno sport. È stato un alfabeto.

Phil lo aveva imparato da ragazzo, quando aveva sedici anni e correva in Francia. Ai piedi del Mont Ventoux — la montagna che in Provenza chiamano semplicemente le Géant — suo padre gli aveva insegnato le prime lettere: la fatica, la disciplina, la capacità di continuare quando la strada si alza.

Molti anni dopo, Phil era tornato sul Ventoux per completare le tre ascese del Cinglé du Mont Ventoux. Suo padre era ancora con lui, questa volta non in sella ma al suo fianco. Non serviva che pedalassero entrambi. Condividevano comunque la stessa storia e continuavano a raccontarsela nell’unico modo che conoscevano.

Poi il padre di Phil è morto.

Con lui è scomparsa una voce, ma non la lingua che avevano condiviso. Quella è rimasta dentro Phil, legata alla bicicletta e soprattutto al Ventoux: il luogo in cui passato e presente sembravano ancora capaci di incontrarsi.

Phil ha scelto di tornarci per affrontare la Bicinglette: sei ascese, tre versanti, un solo giorno.

Vista da fuori, è una sfida fatta di chilometri, dislivello e resistenza. Per Phil era qualcosa di più difficile da misurare: il tentativo di continuare una conversazione con chi non poteva più rispondere. Sei ascese come sei frasi rivolte alla stessa assenza. Sei strade per tornare ogni volta nello stesso punto e scoprire se, nel frattempo, qualcosa fosse cambiato.

Il primo tentativo si è interrotto a metà.

Il vento sulla cima non lasciava alternative e Phil ha dovuto fermarsi dopo la terza salita. La tessera sulla quale avrebbe dovuto raccogliere i sei timbri è rimasta incompleta. L’ha conservata così, come si conserva una frase che non si è ancora riusciti a finire.

Non pensava di riprovarci.

 

Poi Jay ha detto: «Torniamo e lo facciamo insieme».

Anche Jay conosceva quella lingua, ma da tempo aveva smesso di parlarla. Da ragazzo aveva corso in bicicletta; a diciassette anni una caduta lo aveva allontanato dalle gare e, poco alla volta, anche dal piacere di pedalare. Il ciclismo era rimasto il vocabolario di suo padre — familiare, riconoscibile, ma non più suo.

Per anni lo aveva osservato da fuori, senza comprenderne fino in fondo il significato. Poi, sul Ventoux, lo aveva visto fermarsi. In quella vulnerabilità aveva riconosciuto non la delusione, ma la profondità di ciò che Phil stava cercando. E aveva capito che per raggiungerlo non servivano parole nuove. Bastava tornare a usare quelle che entrambi conoscevano già.

Così è risalito su una bicicletta.

Sette mesi di allenamento sono diventati sette mesi di conversazione. Ogni uscita, una frase. Ogni salita, una domanda. Aspettarsi, rallentare, controllare che l’altro fosse ancora lì — piccoli gesti che dicevano quello che nessuno dei due sapeva ancora dire ad alta voce.

Poi è arrivato il giorno della seconda Bicinglette. Sono partiti al buio, con la montagna ancora addormentata e il cielo che si scioglieva lentamente dal nero al grigio. Sei ascese, tre versanti e una conversazione cominciata molti anni prima: dal padre di Phil a Phil, e ora da Phil a Jay.

Da bambino, era stato Jay a sentire la mano di Phil sulla schiena nei tratti più ripidi: una spinta minima, il gesto silenzioso di chi dice sono qui, continua.

 

Su una di quelle sei salite, in un punto che nessuna mappa potrebbe indicare, qualcosa cambia. I ruoli si rovesciano e questa volta è la mano di Jay a posarsi sulla schiena di Phil: lo stesso gesto ricevuto anni prima, ora restituito.

Perché la cima non è mai stata la vera destinazione. Il viaggio era ritrovare una lingua rimasta a lungo in silenzio e, una pedalata alla volta, tornare l’uno verso l’altro.

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