Una Jena nella Terra del Ghiaccio

Islanda significa “Terra del Ghiaccio” e già il nome fa intuire molte cose. Si può amare l’Islanda per diverse ragioni. La prima che viene in mente è l’Aurora Boreale. Chi cerca di descriverla fatica a trovare le parole adatte e ogni volta termina il discorso con l’inevitabile “è difficile spiegare, bisogna vederla coi propri occhi per capire”. L’attrazione può derivare anche dal fatto che l’Islanda è un paese che rende creativi, perché di tanto in tanto spunta un’altra montagna o la terra si spacca e nasce un nuovo cratere, così che diventa necessario scovare dei nomi per queste novità naturali.

Accade così che la geografia fisica si popoli improvvisamente di denominazioni che fino a cinque anni prima non esistevano: Heidarspordar, Kolbeinsey, Kerlinagarfjoll.
Un altro motivo per adorarla è che è il paradiso dei cetacei e perciò uno dei luoghi migliori al mondo per osservare le balene. Tutte e tre queste anomale ragioni – Aurora Boreale, crateri e balene – illustrano meglio d’ogni altro esempio perché l’Islanda sia una terra così estrema, non a caso adoperata dalla NASA per acclimatare gli astronauti delle missioni Apollo che tanti anni fa scesero sulla luna.
È d’altro canto risaputo che ogni terra estrema richiama i personaggi che le competono e Omar Di Felice è proprio questo, un ultracycler appassionato delle Terre di Ghiaccio affrontate quando la natura le rende davvero più aspre: durante l’inverno subpolare.
La sua ultima impresa s’è snodata da Keflavik, dove c’è l’aeroporto internazionale, sino a Thingeyri, lungo la strada dei fiordi del nord ovest, dove la più completa solitudine è accompagnata dal profilo non troppo lontano della Groenlandia.

Omar ha percorso in sella alla sua Wilier Jena più di mille chilometri in nove giorni, lungo piste e strade spazzate dal vento che, in quella stagione, a quindici gradi sotto zero, sono percorse da pochissime anime vive e in nessun caso da persone che affrontino il gelo della Terra del Ghiaccio pedalando su una Jena.

“Può accadere che uno si trovi a pedalare per ore e ore in mezzo al vento che peggiora ancor di più le grandi difficoltà che già il gelo comporta. Là si è completamente esposti agli elementi e un guasto alla bicicletta è la cosa più grave che possa capitare. Essere consapevoli che il mezzo su cui pedali è stato pensato apposta per ridurre al minimo il rischio d’una simile eventualità ti fa sentire più tranquillo. E’ uno stato d’animo fondamentale per la riuscita d’un’impresa tanto estrema”.

Perciò anche lassù, dove d’inverno le ore di luce sono inscindibili dall’Aurora Boreale, l’antico legame tra l’uomo e la bicicletta si perpetua, insensibile a ogni temperatura e a ogni rigore, così che Omar e la sua Wilier Jena arrivino a comprendere il loro limite estremo che, dopo così tante avventure insieme, non sono ancora riusciti a raggiungere.

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